Le prime fonti storiche e l’organizzazione della festa
Le prime fonti storiche precise sulla festa risalgono al 1500, grazie allo storico nolano Ambrogio Leone. Egli ci parla del “cereo” descrivendolo come una “grandissima torcia a guisa di colonna accesa e adorna di spighe di grano”, realizzato col denaro dei contadini e degli artigiani e portato in spalla durante la processione del Santo.

"Processione dei gigli" incisione metà '800 in "Cronica" di "Julies Ahignes"
Questa processione si svolgeva per le strade della città e ogni arte o professione vi prendeva parte realizzando il proprio cereo; subito dietro venivano i monaci ed i sacerdoti chierici, per ultimo il vescovo con le reliquie della Croce e del Santo chiuse in una mano d’argento. Il vescovo era accompagnato dal Conte e dal “maestro di mercato”, poi i nobili ed i primi cittadini (da pochi anni è stato inserito nel programma della festa “Il corteo storico” che rievoca questa processione).
Verso la metà del ‘700 il Remondini ci parla di nuove macchine chiamate “mai” o “gigli” adornate di fiori che avevano la forma di globi o piramidi o navi. E’ probabile che la competizione tra le diverse corporazioni che partecipavano alla processione avesse portato a questa evoluzione, forse suggerita dall’architetto e scenografo Ferdinando Sanfelice che lavorò a Nola alla costruzione della chiesa “nuova” di S. Chiara nella prima metà del 1700.
Solo alcuni elementi furono trasformati, infatti la processione rimaneva la stessa tanto da conservare l’ordine in cui le corporazioni tradizionalmente dovevano seguirsi nella sfilata (a rievocare l’ordine in cui andarono incontro al Santo al ritorno della prigionia).
Prima era la corporazione del “parulano” (ortolano), seguita dal “pizzicagnolo” (salumiere), il “taverniere” (bettoliere), il “fornaio” (panettiere), il “beccaio”, il “calzolaio”, il “ferraro” (fabbro) e, infine, il “sarto”.
Questa evoluzione era anche figlia del fiorire, nel Rinascimento, della “scuola nolana” che ebbe, come maestro, lo scultore Giovanni Merliani detto “Giovanni da Nola” e del periodo di ascesa culturale della città dovuta a grandi protagonisti come Giordano Bruno, Ambrogio Leone, Luigi Tansillo, Nicola Antonio Stigliola, Carlo Theti e Pomponio de Algeri. I cerei subirono una continua trasformazione fino a quando tra il 1866 e il 1885 la loro altezza fu fissata a 25 metri e così la fantasia degli artigiani Nolani fu concentrata nell’arricchimento esteriore dell’obelisco con fiori, drappeggi, carte colorate, pupazzi di legno e di stoffa. I moderni rivestimenti sono dovuti all’introduzione della cartapesta da parte di artisti Leccesi, che si trovavano in quel periodo a Nola per realizzare gli interni della Cattedrale. (per notizie più tecniche ed approfondite sull’evoluzione dei gigli e sulla loro moderna realizzazione rimandiamo alla lettura della sezione i gigli di questo sito).
La prima notizia riguardante la “barca”, che rievoca il ritorno in patria di S. Paolino, risale al 1747. Più tardi, quando tra il 1866 e il 1885 il numero dei gigli fu fissato ad otto più la barca, nacque l’esigenza d’introdurre una nuova corporazione che si occupasse della realizzazione di quest’ultima. Nacque così la corporazione dei “cuoiai” cioè dei conciatori di pelli, questo perché in quel periodo era fiorente a Nola quest’arte.
Un altro elemento fondamentale della festa è la “paranza”. Era in origine composta da un gruppo di facchini che avevano il compito di trasportare prima i cerei e poi i gigli. Il temine “paranza”, però, compare ufficialmente in un documento di cronaca nel 1891 nel quale si afferma anche che è composta da cinquanta uomini. Ogni paranza era guidata da un capo, chiamato tuttora “capo paranza”, che con la voce guidava i facchini e ne ordinava il ritmo.

"Festa di S. Paolino" incisione inizio metà dell'Ottocento
Per quanto riguarda l’organizzazione, dallo stesso documento del 1891, si evince che coloro che si assumevano l’onere di organizzare la festa e costruire i gigli venivano chiamati “maestri di festa” (come ancora oggi succede). Il lunedì della festa si provvedeva al sorteggio dei maestri di festa tra gli appartenenti alle corporazioni e tra coloro che desideravano diventarlo per voto.
Sempre dal citato documento si evince che i sorteggiati erano due per ogni giglio: il più anziano della corporazione che non era ancora mai diventato maestro il quale faceva “vestire” il giglio, l’altro, più giovane, che aveva l’onere di “svestirlo”. Entrambi avevano l’onore di godersi per un giorno intero il giglio davanti la propria abitazione, organizzando “serate” e “tavuliate” dove si mangiava e si beveva fino all’alba.
Sempre nello stesso documento si parla di altre consuetudini come la “caparra” data ai costruttori dei gigli, la “questua”, un pranzo sontuoso organizzato agli inizi di giugno dalle corporazioni per raccogliere contributi, i “comitati” che animavano la festa il sabato sera, l’arrivo la domenica mattina in piazza Duomo di ciascun obelisco, la successiva “sosta” in due colonne con la barca al centro per ricevere la “benedizione”, la processione nel pomeriggio dello stesso giorno per le vie della città, il trasporto il lunedì mattina da parte del popolo dei gigli in piazza Duomo per allinearli davanti al comune con la barca al centro.
Parliamo, infine, della data della festa.
Fino alla metà del Ottocento la processione dei gigli si svolgeva unitamente alla processione del Santo il 21 giugno, ovvero alla vigilia del giorno di S. Paolino, poi fu spostata alla domenica successiva al 22 giugno. Questo cambiamento ha presumibilmente due motivi: il primo è di carattere logistico, quando i gigli divennero alti 25 metri, divenne difficile trasportarli unitamente alla processione del Santo; il secondo motivo è di carattere economico, spostando la festa alla domenica successiva, dividendo la processione religiosa da quella degli obelischi, si aumentavano i giorni della fiera commerciale collegata alla festa a vantaggio della città e dei suoi commercianti.
bibliografia:
Annali della festa dei gigli (1500 – 1950) parte prima, di Leonardo Avella edito da “Istituto grafico editoriale italiano”
